Carlo Dossi, Note azzurre

Chi conosce il mio blog sa che la maggior parte degli articoli che ho scritto sono focalizzati sull’aforisma contemporaneo degli ultimi vent’anni non solo in Italia, ma anche nel mondo (credo che nella blogosfera “planetaria” ci siano solo altri due blog che si occupano di aforisma contemporaneo, e vi posso assicurare che non hanno l’ampiezza del mio!)

In alcuni articoli mi sono anche occupato di scrittori di aforismi un “po’ meno contemporanei” e l’ho fatto in occasione di novità editoriali, libri di aforismi da ristampare, convegni e centenari.

Proprio in questo mese di novembre ricorre il Centenario della morte di Carlo Dossi (Zenevredo, 27 marzo 1849 – Cardina, 16 novembre 1910) e per l’occasione celebrativa la casa editrice Adelphi ha ristampato l’edizione delle Note azzurre impresse in mille esemplari da Luigi Maestri nel novembre del 1955 e curata del grande filologo Dante Isella. Questo nuovo libro dell’Adelphi, arricchito da una serie di Immagini e accompagnato dalla Tavola delle Note Azzurre dell’edizione Treves del 1912, è composto di 5794 note per un totale di 1254 pagine a un prezzo davvero accessibile di 26 euro.

Le Note azzurre sono state scritte tra il 1866 e il 1907 ( in appendice alla edizione Adelphi c’è un dotto articolo di Niccolò Reverdini “I quaderni alla prova” che ripercorre la storia editoriale delle Note azzurre) e sono uno zibaldone di pensieri e allo stesso tempo un diario che esplora la letteratura antica e moderna alla ricerca di una etimologia, di un vocabolo inconsueto, di collegamenti insospettati tra una lingua e l’altra (in una sua nota Carlo Dossi scrive che “I dizionari vanno continuamente corretti come le carte geografiche“), con centinaia di postille in margini agli autori più amati. Ma le Note azzurre sono anche “una inesauribile zecca di epigrammi, pittoriche frasi, non sospettati modi di dire (…) una miniera senza fine di aneddoti sconosciutissimi quanto interessantissimi per la storia dell’Arte e la cronaca milanese” per citare le parole che Carlo Dossi usa per i frammenti dello scrittore Giuseppe Rovani.

Scorrendo il monumentale indice analitico delle Note azzurre si nota che non ricorre mai nè il termine “aforisma” (o “aforismo” secondo un uso corrente ancora fino all’800) né il termine “massima” (solo una volta “massime auree”).

Ma alcune di queste 5794 “note” (Carlo Dossi in calce al libro, nelle Avvertenze, usa diffusamente anche il termine “pensieri”) possono essere considerate aforismi a tutti gli effetti sia per la brevità sia per quell’effetto di sorpresa e di paradosso che è tipico dell’aforisma moderno.

Riporto qui di seguito una breve selezione di alcuni di questi aforismi di Carlo Dossi (il numero che precede l’aforisma segue la numerazione delle Note azzurre):

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Carlo Dossi, Note azzurre

82. Riceveste uno schiaffo – dicono i preti? – bene – offritelo al Signore.

94. I tormenti della bontà che non può sfogarsi, sono forse peggiori di quelli della malvagità sfogata.

97. Quando l’interesse del principe non s’accorda a quello del popolo, il principe è di danno, e quando s’accorda, il principe è inutile.

153. La cattedra ci apprende a disputare, non a vivere.

209. C’era tale aristocratico cui rincresceva d’aver il sedere a due pezzi perchè così l’avevano i fornai.

318 b). Il Diavolo ha resi tali servigi alla Chiesa, che io mi meraviglio com’esso non sia ancor stato canonizzato per santo…

492. Chi vuol riposare, lavori.

501. Vi ha gente che è sempre del parere dell’ultimo libro che legge.

521. A molti non mancano che i denari per essere onesti.

543. Ci sono generi nelle donne, ma non caratteri.

657. S’impara spesso dai ricchi a fare il pitocco.

691 b). Il falso amico è come l’ombra che ci segue finchè dura il sole.

934. L’umorista è l’avvocato delle cosidette cause perse, che egli riesce ancora, taluna volta, a salvare. L’umorista, in ogni fatto, cerca e trova il lato non conosciuto.

1176. speranza – sogno di chi veglia.

1177. amico – anima che abita in due corpi.

1189. Un tratto di spirito a tempo cangiò spesso una tragedia in una comedia.

1315. Dicesi età dell’oro quella in cui oro non c’era.

1350. Una bella ragazza deve lasciare copie di sè.

1589. il meditare da solo è onanismo – il pensare con altri (conversare) è coito.

1680. I bibliofili possessori di biblioteche di cui non volgono una pagina, si possono paragonare agli “eunuchi in un harem”.

1719. Dossi, quando scrive, fa salti mortali sullo stesso posto.

1730. Tutti fuggono, perfino gli amici, da chi è colpito da una malattia contagiosa. Va dunque posta, fra le contagiose, anche la bolletta.

1748. disertore può chiamarsi il suicida.

1869. Salomone chiese a Dio la sapienza – e Dio, fìlosoficamente, gli diede l’oro.

1871. Il ricco si duole dell’inverno non freddo, che gli torrà di patinare.

1929. il corpo = la vagina dell’anima.

2023. La legge è uguale per tutti gli straccioni.

2206. I dizionari vanno continuamente corretti come le carte geografiche.

2233. Il campo del verosimile è assai minore di quello del vero.

2239. Ci fu data la lingua, sì, per parlare; ma anche i denti per tenerla assiepata.

2328. Agli esami, i professori cercano più di far sapere allo scolare che loro sanno, che non di conoscere se lo scolare sappia.

2452. Dicono che i vecchi ci vedono assai più lontano dei giovani. Ciò è vero: solo otticamente però.

2484. Non vi ha guerra che non lasci l’addentellato ad altre. “Pacem cum hominibus bellum cum vitiis habere”.

2516. Dei ricchi, che recandosi in villa sol quando tutti loro si recano, può dirsi “vanno in campagna per ritrovarsi in città”.

2565. Il gatto potrebbe chiamarsi lo scaldamani delle poverette.

2597. Perchè, in generale, si sfugge la solitudine? Perchè pochi si trovano in buona compagnia seco.

2720. Il pudore inventò il vestito per maggiormente godere la nudità.

2773. Iscrizione su’n orologio solare “Senza parlar da tutti sono inteso – senza fare rumor l’ore paleso” –

2828. Il sorriso è alla bellezza, quello che il sale è alle vivande.

2913. Anticamente migliaja di Dei parevano pochi; oggidì uno è di troppo.

3080. Enea trojano fu detto per eccellenza il Pio, e tradì Didone!

3148. Solo a cento leghe d’Italia, un italiano può simpatizzare con un altro italiano.

3159. Molti cominciano a fare l’amore per scherzo, e finiscono a innamorarsi davvero – E così è dell’amor per le Muse.

3161. Continuamente nascono i fatti a confusione delle teorie.

3263. Quanto sa, gl’impedisce di sapere quanto dovrebbe.

3264. E vuoi che lavori? fa già fin troppa fatica a far nulla. – quell’ozio che è peggior d’ogni fatica.

3265. ha bimbi? – No – salvo il marito.

3277. Il chierico è come l’ombra del prete – s’abbassa quando l’altro si abbassa, etc.

3354. Al fuoco della verità le obbiezioni non sono che mantici.

3507. La scienza non vale che diventata coscienza.

3519. Una volta si scrivevano libri, oggi frammenti di libri. Mangiata la pagnotta non restano che le briciole.

3534. Il miglior modo di goder molta libertà è di concederne agli altri, molta.

3552. Certi inchiostri rossi invecchiando diventano neri. Tal’è dell’animo di alcuni nostri politici.

3556. A concepire e maturare un uomo che vive, tutt’al più, cento anni, ci vogliono 9 mesi. – Ce ne vorrà dunque meno ad un libro che dee vivere parecchi secoli?

3573. Secondo me, la miglior lode su un epitafio sarebbe “nato cattivo e lungamente vissuto, pur morì buono”.

3597. Legna tarlata arde più della verde – può dirsi dell’amore in tarda età.

3608. Lo stile del giornalismo odierno è “forbice e colla” –

3710. Un vecchio vedendo passare vicino una bella sartina esclamò: oh che bel rattino! – e la tosa: oh che brutta trappola!

3744. Chiedo un impiego. Se mi domandate: che sa fare? la mia coscienza risponde: “nulla”. Il che, per i tempi che corrono è la migliore delle raccomandazioni.

3768. Il punto d’esclamazione è quel puntelletto senza il quale uno squilibrato periodo cadrebbe.

3816. Fra gli avvilimenti di un giovane d’ingegno, massimo è quello di andare a scuola e di subire gli esami.

4020. I libri nelle biblioteche antiche erano incatenati ai leggii e ai plutei; e così, ai libri le idee.

4193. La felicità si compera più coi soldi che non colle lire.

4194. Non c’è cacciatore che non vanti il suo cane, non c’è vignajolo che non vanti il suo vino, non cavaliere che non vanti il suo nastro. Ma pochi sono i mariti gloriosi delle lor mogli.

4453. Quanto tempo stai fuori? (stet via) chiese un amico ad altro amico che partiva per un viaggio. E questi: sto fuori (stoo via) trecento lire. –

4456. Il bacio della donna che ama, morde.

4460. Un modo umanitario di utilizzare il deserto di Sahara sarebbe quello di adoperarlo come il terreno dove soltanto si avessero a definire i duelli fra le nazioni. Rimarebbero così illese le terre innocenti, e la sabbia ingrassata dalle umane carogne diventerebbe fruttifera.

4473. Dei fiorentini che si mangiano il c iniziale diceva un milanese “quand disen cacca l’han già mezza mangiada!”

4474. I razzi artificiati inclinano il capo a dare un’occhiata al pubblico che li ammira.

4528. L’inviolabilità del domicilio non entra nel letterario statuto.

4850. Io ho l’animo sifatto che mi sento minore di un mendicante e maggiore di un re.

4971. I pazzi aprono le vie che poi percorrono i savi.

5067. Aglio, cipria, sudore – ecco il profumo delle puttane.

5087. In metafisica, come in aereonautica, si trovò il modo di alzarsi di terra, ma non ancora di dirigersi nel cielo.

5114. Un sacco pieno di biscie, in cui c’è una anguilla sola: ecco la sorte matrimoniale.

5250. In Francia non dura lungamente che il provvisorio.

5288. Lo Stato, come esprime anche etimologicamente il suo nome, rappresenta l’immobilità. Stato è cosa che non si muove.

5294. L’uomo che dice male delle donne dice male di sua madre.

5318. A Milano i cocchieri delle case signorili sentono l’odor di muschio e le loro padrone quello del fieno.

5412. Crispi ha una virtù massima = la celerità: e un massimo difetto = la fretta.

5429. Cani tascabili (terrier o pinch).

5446. Il torto di molti ladri in faccia al pubblico e alla giustizia è quello di non aver rubato abbastanza per celare il furto.

5520. Uno scolaretto descrivendo la vita della Tebaide, diceva: “I deserti popolati di solitari…” –

5569. Invecchiando, nell’uomo tutto si ossifica, compreso il sentimento. Da giovanetti piangiamo anche sulle sventure ideali: vecchi rimaniamo indifferenti alle reali.

5656. Com’è degli uomini, è delle bestie. Le più loquaci (p. es. i papagalli) sono le meno intelligenti. Il quasi muto elefante è invece intelligentissimo.

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