Mauro Parrini, A mani alzate

Il 2009 sembra essere stata una annata ricca di pubblicazioni aforistiche. Tra queste segnalo la raccolta di Mauro Parrini, A mani alzate (“Al lettore decidere se in segno di resa o di vittoria” è scritto nella prefazione) di cui suppongo di essere il primo a scrivere qualcosa ma di cui credo che si sentirà parlare ancora, tale è la ricchezza e soprattutto la qualità degli aforismi contenuti (a mio parere un accostamento a due grandi raccolte aforistiche, Le sabbie immobili di Pontiggia e Il malpensante di Bufalino, per citare le più recenti, ci può stare tutto).

Come molti altri aforisti, Mauro Parrini, che insegna Filosofia e Storia a Magenta, arriva tardi all’aforistica pubblicando A mani alzate solo alla fine del 2009, all’età di quasi 50 anni. “Se dovessi dire in generale perché alla mia età mi sono messo a scrivere, è perché mi sento finalmente pronto per farlo, dopo aver passato una vita a leggere” mi scrive Parrini in una lettera. E ancora: “L’aforisma mi pare il genere letterario più discreto, solitario e periferico che ci sia, quindi anche quello più distante (e più libero) dall’aura ‘alta’ dello ‘scrittore’ e tanto più del ‘poeta’, che sento e cerco di tenere il più lontano possibile da me”.

Leggendo gli aforismi di A mani alzate viene da pensare a Emil Cioran a partire dalla dedica che si trova quasi ad inizio del libro (“Il peccato originale? Un pallido ricordo della vera catastrofe originaria”) e ai tanti aforismi su Dio, sul Nulla e sulla Morte. Ed è lo stesso Parrini che in un’altra sua lettera mi mette sulla strada del grande pensatore francese: “Sul piano esistenziale lo scrittore di aforismi tende quasi sempre a fuggire il mondo, e a toccarlo il meno possibile; se potesse lo annullerebbe, lasciandolo essere quel minimo che basta per giustificare, appunto, un aforisma (“Togliete il superfluo dal mondo, e resterà un aforisma”). In questo senso l’aforista è lo stilita (non lo stilista) del linguaggio, e se potesse passerebbe l’intera esistenza appollaiato sul suo unico, sottilissimo aforisma, capace di ridurre al minimo il suo contatto con il mondo”. E ancora: “In termini filosofici o religiosi mi verrebbe però da dire che la tendenza fondamentale che muove l’aforisma è di tipo gnostico, e ogni aforisma è un colpo di spillo inflitto al mondo nella speranza di vederlo scoppiare, liberandoci dalla sua prigione (…) In questo senso l’aforistica è un’arte della fuga, antieroica e distante da ogni forma di speranza di redenzione come quella cristiana; non solo non combatte in questo mondo, non solo il suo regno non è di questo mondo, ma la sua meta è, se non l’annientamento del mondo, almeno la sua contrazione o neutralizzazione”.

E’ evidente tuttavia che ogni aforista ha un suo stile, un suo “ritmo” e il paragone con Cioran è solo un punto di partenza e non di arrivo per comprendere l’opera di Mauro Parrini. Rispetto al “Buddha Occidentale scettico” (come Cioran è stato definito dall’aforista scozzesce Don Patterson), Mauro Parrini non esprime una visione del mondo (o del Nulla) ossessivamente coerente, ma al contrario ricerca in ogni aforisma una sua verità puntuale che può anche essere contraddetta dalla verità dell’aforisma seguente, come accade nel mondo dove convivono cose che tra loro sono parimenti contraddittorie ( a partire dalla vita e dalla morte, per esempio). Questo è indicato all’inizio del libro (dove vi sono una serie di riflessioni aforistiche sull’aforisma) quando Parrini scrive “Un buon aforisma è un frammento del mondo, non il frammento di una visione del mondo”.

Anche se i dati biografici contenuti nel libro sono minimi, ci sono molti riferimenti alla filosofia di cui – come scrivevo prima – Parrini è studioso nonchè insegnante. In molti casi, infatti, Parrini usa l’aforisma come strumento di riflessione filosofica sui grandi temi della metafisica e dell’etica, nel solco della nostra tradizione di aforisti filosofi (Giuseppe Rensi, Mario Rigoni, Raffaele Franchini, Ferruccio Masini). Nella molteplicità dei punti di vista in cui può essere letto questo libro, la raccolta A mani alzate si potrebbe così definire un corso di filosofia in frammenti sulle principali tematiche anche se la finalità di questo corso non è “costruttivo-maieutica, quanto piuttosto ablativo-critica (e ironica)”.

Così non è infrequente trovare l’impiego di termini che si riferiscono alla tradizione filosofica come “la dialettica dello spirito”, “la prova dell’esistenza di Dio”, “la crisi dei fondamenti”, “l’Eterno Ritorno”, “la crisi della Modernità”, “la ragione cartesiana”, “l’imperativo categorico”, “il noumeno”, “pessimismo e nichilismo”, “la pienezza dell’Essere”, “il Logos cristiano e il Logos dei greci”, “imitatio Christi”, “tertium non datur”, “il Pastore dell’Essere”, etc. E si trovano anche molti riferimenti espliciti a taluni titoli e taluni autori della tradizione filosofica come “Al di là del bene e del male”, “Fenomenologia dello spirito”, Parmenide, Eraclito, Tommaso D’Aquino, Cartesio, Kant, Schopenhauer, Nietzsche, Wittgenstein, Adorno, Bataille, etc.

Pur nella complessità delle tematiche filosofiche trattate, lo stile che Mauro Parrini adotta è leggero e ironico, e la sua leggerezza è simile a quella di un ciclista che va in fuga, “e intanto, senza far rumore, va, solo, mentre il suo contatto con la terra è ridotto a meno di un pollice di tubolare”. Talora uno spirito giocoso, un indole infantile e felicemente irresponsabile irrompe nel gioco della creazione aforistica, quasi come contraltare alle profonde riflessioni metafisiche (si veda sopratutto la parte centrale dedicate alle riflessioni sulla bici o anche alcuni aforismi disseminati qua e là nel libro: “Molti convertiti sulla strada di Damasco? Sì, ora fanno rotta su Dubai” o “Non amare se stessi, ma il prossimo come se stessi: dunque non amare nessuno?” ). Frequente è anche l’uso del paradosso (“un autentico paradosso non rovescia la verità, ma la solleva”). Tra i tanti temi trattati c’è la morte, la cui tematica percorre in modo visibile o invisibile tutto il libro. “Si è liberi solo nell’infanzia, il resto è un percorso obbligato tra l’ossessione erotica quella della morte”. Secondo Parrini la morte è un avversario strapotente che si insinua in ogni piega delle cose e rende tragica l’esistenza. “La morte più tragica è quella dell’uomo che nemmeno morendo può spezzare la propria solitudine”. E in questo la scrittura di Parrini ricorda quella di un altro pensatore Elias Canetti, il quale mette la morte al centro del suo libro la Provincia dell’Uomo.

Ecco qui di seguito una selezione di aforismi tratti dalla raccolta A mani alzate, Pendragon, Bologna, 2009:

Il peccato originale? Un pallido ricordo della vera catastrofe originaria. (A Emil Cioran)

L’uomo non è mai solo: è sempre abbandonato.

Presto anche la morte sarà derubricata a cosa da fare. “Un’altra volta. Oggi non posso, devo morire”.

Altruismo. Voler morire per ultimi, per non far soffire nessuno. Da non confondere con l’egoismo.

Quello che non si sopporta nella morte è dover diventare un cadavere: qualcosa che è ancora vita.

Se proprio devo ammalarmi, che almeno sia una malattia d’altri tempi. La pellagra, il ballo di San Vito, lo scorbuto: qualcosa di incurabile perchè passato di moda.

Da tempo non si scrivono più lettere anonime: richiedono una sensibilità d’animo che oggi è pressoché scomparsa.

Non c’è emozione più grande di quella che si prova esprimendola mediante concetti.

Quando il linguaggio accarezza la vita, nasce una poesia; quando la vita accarezza il linguaggio, nasce una preghiera.

La banalità è una caratteristica del linguaggio, non della realtà. Chi tace non è mai banale, chi parla lo è quasi sempre.

Solo gli insegnanti mediocri insegnano ciò che sanno, perché quelli buoni insegnano anche ciò che non sanno. I migliori? Insegnano quello che nessuno saprà mai.

Se c’è Dio non c’è l’uomo e se c’è l’uomo non c’è Dio: su questo aut-aut si fonda la libertà (tragica) di noi moderni.

Il mio inconscio mi tradisce: esce con la coscienza di un altro.

Chi ama la bicicletta si congiunge ad essa come se fosse il suo vero scheletro.

Il segreto della teologia è l’antropologia. E quello dell’antropologia? Solo Dio lo sa.

Ormai ogni paese ha il suo scrittore come una volta aveva il suo prete: alla prospettiva della resurrezione l’umanità preferisce, senza indugi, quella della pubblicazione.

La differenza tra Dio e il Nulla? Un niente, come ci ha insegnato la grande mistica.

Amate una disciplina ma lei non vi ama: ne diventerete professore.

Un libro che vuole essere credibile dovrebbe come minimo premettere a se stesso la morte del proprio autore.

Morire per mano dell’uomo era il solo modo, per Dio, di redimersi dalla colpa di averlo creato.

L’esordio era stato promettente, e c’erano le premesse per una seconda opera più matura. Niente da fare: il suo editore gli ordinò di esordire nuovamente.

Gli ideali più alti? Le idee che si vogliono imporre agli altri.

Che ne sarà di quelli ancora vivi, il giorno della resurrezione dei morti?

Il peggio è passato? Sì, molte volte, mentre eravamo qui ad aspettare il meglio.

Il nichilismo è la maniera moderna di pensare la libertà; l’amore, la maniera eterna.

Distinguiamo le cose necessarie da quelle importanti: necessario è guardare dove si mettono i piedi, importante è guardare il cielo.

Che la sua rappresentazione sia ciò che la determina è il paradosso della vita d’oggi: nessuno vive più, tutti si rappresentano. La vita è diventata il palcoscenico della propria scomparsa. (A Theodor Adorno) ”

Il pessimista è in realtà un ottimista: quando le cose vanno male è il solo a pensare che vadano proprio come devono andare.

Il mondo sta alla bellezza come un santo alla sua reliquia.

 Su tutte le tombe dovrebbe essere scritto: non piangetemi perchè sono morto, ma perchè avei voluto dirvi una cosa, una sola, e non ho trovato il modo.

Oggi è possibile raggiungere la fama senza perdere il beneficio dell’anonimato: si diventa famosi così in fretta che di solito non se ne accorge nessuno.

Se non avete ancora trovato la vostra strada, meglio: impiegherete più tempo per arrivare al fallimento.

Il corpo muore dopo la sua morte: prima è soltanto la vita ad averlo abbandonato.

 Tutti prendono la parola, ma soltanto il poeta la restituisce.

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3 risposte a Mauro Parrini, A mani alzate

  1. mariagrazia ha detto:

    amo particolarmente la discrezione e la leggerezza di Mauro anche perchè non sopporto chi vuole sentirsi circondato dall’aura dello scrittore. Mi piacciono molto gli aforismi sulla bicicletta e quello sull’insegnante!

  2. fabriziocaramagna ha detto:

    Gli aforismi sulla bicicletta sono nella parte centrale del libro di Mauro Parrini e sono leggeri e al tempo stesso originali.
    Mi piacerebbe un giorno scrivere un articolo sulla relazione tra aforistica e bicicletta (ad esempio il tema della bicicletta ricorre spesso nei surrealisti francesi e in Gomez de la Serna. Lo stesso Cioran andava in bicicletta, come scopro leggendo una lettera di Parrini)

  3. Anonimo ha detto:

    Descrivere un grande e’ difficile, ma non il nipote di mio nonno BENVENUTO……….

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