Le Hommelettes di Mario Postizzi

Il Ticino è una terra da sempre generosa con gli aforisti”, scrive Gino Ruozzi, docente di letteratura italiana all’università di Bologna e noto studioso delle forme letterarie brevi. Gino Ruozzi ricorda Amerio e i tanti intellettuali italiani, celebri aforisti, quali Giuseppe Rensi, Giuseppe Prezzolini, Mario Marioni, Guido Almansi, Carlo Gragnani che nel cantone trovarono ospitalità o a cui affidarono le loro carte – oltre lo stesso Prezzolini anche Ennio Flaiano e Guido Ceronetti – per non dire di uno dei maggiori interpreti dell’aforisma contemporaneo Frederich Nietzsche che soggiornò a lungo a due passi dal Ticino, nel Cantone dei Grigioni, in Engadina.

Tra gli autori più recenti si deve segnalare in questo articolo Mario Postizzi. L’esordio aforistico di Mario Postizzi (che nella vita di tutti i giorni è un noto avvocato penalista con studio a Lugano e residenza a Bellinzona) avviene nel 2002, in contemporanea con il suo cinquantesimo compleanno, con una edizione non commerciale intitolata Gli spruzzi e le Macchie, nelle edizioni Josef Weiss di Mendrisio. A questo volume segue nel 2007 la raccolta Hommelettes edita da Aragno, raffinato editore torinese. Se chiedete a Mario Postizzi il significato del titolo Hommelettes vi risponderà: “La provocazione porta a scambiare una semplice omelette (tant de bruit pour une omelette” ricordava in una lettera scritta nel milleottocentoquarantre il celebre storico svizzero Jacob Burckardt) con uno strafalacione hommelette. Omelette richiama la forma alterata alumette che, a sua volta, conduce a lamelle, piccola lama. Uno strumento efficace anche nella scrittura per ritagliare, qua e là, alcune ricorrenti frittate dell’uomo“. Una parola che non vuole dire niente, sperduta nel dizionario del Non Senso (come la parola “gregueria” anche questa uno “strafalcione” come ricordava un altro aforista, Gomez de la Serna), improvvisamente assume un senso nuovo, suona in modo lucido e tagliente. “Hommelette” è la brevita (che avanza per taglio e intaglio) rispetto alla complessità del reale. E’ lo strumento investigativo dell’aforisma che analizza e smaschera le tante frittate del mondo.

In Postizzi lo smascheramento del reale è sempre temperato dal senso di precarietà e fragilità del mondo. Postizzi non ha la pretesa di rivelare chissà quale verità, semmai accenni di piccole verità. “La verità non è mai originale: anzi cambia la pelle come un serpente” avverte Postizzi che si definisce “scrittore brevilineo”. Così il tono della massima si abbassa, diventa “minimo”, tocca altri tasti tra cui quello della malinconia, mette la “sordina”.

Accanto all’aforisma tradizionale, nel libro di Postizzi si trovano anche delle riflessioni filosofiche più lunghe e articolate. Non più il frammento breve (spesso paradossale), ma il dubbio e la riflessione che scavano nel profondo. Ecco un esempio: 

Il baratro richiama l’immagine della fragilità di fronte al vuoto e alla caduta. Nel contempo esercita un’attrazione che ci risucchia nella profondità e nel mistero, in un vortice che ci sfugge. Si tratta del pensiero incessante sull’eterno infinito, che fa perdere i gradini sotto i piedi, il rumore nelle orecchie, la luce negli occhi. In quello sterminato e accidentato pendio rotola, in modo beffardo, il nostro destino“.

La riflessione di Postizzi sulla libertà, la legge, il destino, la coscienza, l’idea di limite e progresso, la vecchiaia, la morte è intensa, ma è sempre fatta con equilibrio e prudenza, senza prendere posizione per qualsivoglia verità dogmatica. A questa riflessione Postizzi affianca, soprattutto nella seconda parte del libro, il modello del ritratto o del carattere:

Chi divorzia adotta una massima di Leibniz: ‘Non discutiamo più, calcoliamo

Al vino è mancata una caratteristica ben presente nel mio vicino di tavolo: l’acidità“.

Non hai ancora finito di esternare un fatto e l’occhio del tuo interlocutore è alla ricerca del primo orecchio che passa“.

Una forma di impiccagione: pendere dalle labbra di qualcuno“.

Siamo esauriti. Per di più, non sono previste nuove o altre edizioni“.

Già nel suo libro di esordio, Gli spruzzi e le Macchie, Postizzi si era soffermato sulla qualità del genere aforistico rendendo omaggio ad autorevoli maestri come Joubert, Bufalino e Musil (“Un buon aforisma deve sciogliersi sulla bocca come una caramella” scriveva quest’ultimo). Anche in Hommellettes continua la riflessione sulla scrittura. Così sono numerosi gli aforismi sull’aforisma, il vocabolario, il paradosso, il plagio, il diario intimo, il foglio bianco. Ne cito due dei più belli:

Nel vocabolario le parole sono allineate, stanno sull’attenti, hanno la faccia pulita. Appena si incrostano di realtà, rompono le righe e si liberano disordinatamente nelle piazze: allentano cintura e cravatta, mostrano la lingua e si sporcano le mani“.

Nel plagio l’ultima mano cerca di camuffare la prima“.

La lama di cui si serve Postizzi è affilata ma non pesante. Essa ama ritagliare qua e là, le ricorrenti frittate dell’uomo, ma lo fa sempre con discrezione, quella facoltà fatta di pudore e di intelligenza che tempera la sentenziosità propria del genere aforistico. Come ebbe ad affermare in una intervista, “Non mando nessuno al rogo, o se lo faccio, accompagno il tragitto con un sorriso sulle labbra”. In tempi di relativismo e di precarietà, quello che Postizzi ci racconta attraverso i suoi aforismi (centocinquantatre aforismi disposti nella pagina in triade) mi sembra assolutamente da meditare. E se è vero che i libri hanno un’anima, la raffinata edizione dell’editore torinese Aragno, nella sue pagine color avorio, merita di essere sfogliata con calma tra un aforisma e l’altro. Del resto Mario Postizzi nel precedente volume Gli spruzzi e le macchie aveva avvertito contro i pericoli di una lettura frettolosa: “Chi ha letto troppo in fretta questi pensieri vaganti, non ha giocato con le mie parole e, quasi certamente, non si è divertito”.

Qui di seguito presento al lettore italiano una breve selezione di aforismi tratti da Hommelettes:

**

Mario Postizzi, Hommelettes, Nino Aragno Editore, 2007

Segno particolare: scrittore brevilineo.

Non è azzardato immaginare, se diamo un po’ di corda a Nietzsche e Kafka, che il primo la farà penzolare sull’abisso e il secondo la sistemerà rasoterra. Il filosofo propone il precipizio, lo scrittore lo sgambetto.

Nel vocabolario le parole sono allineate, stanno sull’attenti, hanno la faccia pulita. Appena si incrostano di realtà, rompono le righe, e si liberano disordinatamente nelle piazze: allentano cintura e cravatta, mostrano la lingua e si sporcano le mani.

Chi scrive un diario intimo è costantemente alla ricerca di un po’ di biancheria.

Non contare troppo sulla vita. L’ultimo petalo non è pari e nemmeno dispari, ma impari nella sua scontata ineluttabilità: sei sempre e soltanto tu.

L’idea di spreco parte da lontano. Chi non è convinto può chiedere il parere di tutti gli spermatozooi che hanno corso a vuoto e si sono persi senza trovare il bandolo o il fiocco dell’esistenza.

L’uomo ha conquistato lo spazio, non il tempo.

Su tante novità va messo, ben in vista, il cartello “pittura fresca”.

La coscienza non è mai innocua. Direi nemmeno innocente. 

L’entusiasmo si consuma in fretta, in un sorso, come la schiuma in un boccale di birra.

Chi divorzia adotta una massima di Leibniz: “Non discutiamo più, calcoliamo”.

Per l’uomo il tempo diventa un problema estetico, per la donna idraulico.

Al vino è mancata una caratteristica ben presente nel mio vicino di tavolo: l’acidità.

Non hai ancora finito di esternare un fatto e l’occhio del tuo interlocutore è alla ricerca del primo orecchio che passa.

Una forma di impiccagione: pendere dalle labbra di qualcuno.

L’aurea mediocritas si rivela preziosa, non scintillante.

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